Per contattarmi e avere il libro

larazavatteri@gmail.com
profilo Facebook
348/7702561

lunedì 5 settembre 2011

LEGGETE IN ANTEPRIMA I PRIMI DUE CAPITOLI DEL LIBRO!

Per farvi un'idea della tematica del libro, vi regalo i primi due capitoli. Eccoli qui sotto



CAPITOLO 1

Nessuno sa quando arriva il momento. Nessuno lo sente, eppure il momento arriva per tutti, prima o poi. E, dopo, si vorrebbe poter tornare indietro, a quando, ignari, si portava avanti la vita di sempre. Non pensiamo mai che possa essere l’ultima volta. L’ultima volta che usiamo un giocattolo e senza rendercene conto chiudiamo per sempre la porta sull’infanzia, l’ultima volta che indossiamo un vestito, e cambiamo gusti per sempre, l’ultima volta che vediamo un luogo o salutiamo una persona. Eppure qualcosa dentro di noi ci spinge a voltarci per vedere ancora una volta quel posto, come ad imprimerlo nella memoria in ogni dettaglio, come consapevoli intimamente che tutto può mutare e il caso può portarci lontano, sempre più lontano, e che quello è in realtà un addio. Così anche Nives Loi ancora non sapeva che quel giorno sarebbe stato il prima, la linea di confine con cui avrebbe misurato ogni cosa da allora in poi. Non sapeva che quel giorno era il suo ultimo d’inconsapevolezza, che stava dando l’addio ad un mondo razionale, con le sue regole ferree e indiscutibili, per addentrarsi in un altro universo in cui la ragione c’entrava ben poco. Camminava verso il centro della città, verso piazza Fiera a Trento, quando era squillato il telefono cellulare. C’era voluto un po’ per rintracciarlo nella borsa di tela che teneva a tracolla, ma alla fine aveva risposto.

“C’è stato un furto al Museo d’Arte” le disse, senza un saluto e bruscamente come al solito, il caporedattore “Facci un salto per capire cos’è accaduto”.

“Certo, vado subito. Si sa cos’hanno portato via?”

“No, non si sa. Ti pare che se lo sapessi ti avrei chiamata?” tagliò corto l’uomo dall’altra parte della cornetta.

Nives sospirò, rassegnata. Dopotutto, era quello il lavoro che aveva scelto, anche se cominciava a sentirlo stretto. Ma, in quel momento, non aveva tempo per filosofeggiare sulle scelte della sua vita.

“Ti richiamo più tardi” disse e attaccò.

Cambiò direzione e si addentrò a passi veloci per un vicolo lastricato di ciottoli, una scorciatoia per arrivare al Museo. Era abituata da anni a quei repentini cambi di programma, ma sempre, quando accadevano fatti del genere, si sentiva ansiosa e fuori posto. Sapeva che la categoria dei giornalisti, e in special modo quelli freelance, non era ben vista da molti e puntualmente saltava sempre fuori qualche tizio pronto ad attaccarla rinfacciandole che i giornali non scrivevano mai la verità. “Che ci provassero loro, a fare questa vita”, pensava Nives “e a cercare di ottenere informazioni da gente che il più delle volte ti allontana indispettita”. Rimuginando su questi pensieri si trovò di fronte all’entrata del Museo, dove in un capannello già si erano raccolti altri giornalisti. Prese taccuino e penna dalla borsa e si avvicinò. Attorno a lei tutti attendevano notizie, poiché la Polizia ed i Carabinieri non lasciavano passare nessuno. Fuori del Museo sventolava lo striscione color cremisi che annunciava il grande evento di quel periodo, la mostra “L’arte delle donne” con opere di pittrici attive tra il Sedicesimo e il Ventesimo secolo. L’esposizione, aperta da circa un mese, sarebbe stata visitabile ancora per due ed anche quel giorno il Museo avrebbe dovuto staccare biglietti, se quel furto non avesse messo a soqquadro tutta l’organizzazione. Nelle sale, infatti, s’intravedevano poliziotti e carabinieri indaffarati a cercare di ricostruire quanto accaduto con i dipendenti del Museo e il misero cartoncino bianco appiccicato all’ingresso, che informava i visitatori della chiusura temporanea, risultava superfluo: chiunque si sarebbe accorto subito che qualcosa di grave era accaduto. Finalmente la direttrice del Museo, una donna sulla cinquantina in tailleur crema, scarpe a punta con tacco non troppo alto e capelli ramati tagliati appena sotto le orecchie, con una smorfia sul viso, come se si accingesse a svolgere un compito che non le andava a genio, si avvicinò alla folla dei cronisti che subito le si fecero intorno con mille domande. Nives tacque, consapevole che la direttrice li avrebbe presto zittiti. Capitava sempre così, con gente che temeva di vedere infangato il nome di un ente, di un’associazione o di qualsiasi altra realtà per colpa dei cronisti.

“Signori, un attimo, per favore!” disse infatti “Lasciatemi respirare” e fece un gesto repentino con la mano, come a voler scacciare uno sciame troppo fastidioso di vespe. “Sapete già, immagino, che c’è stato un furto questa notte” continuò mentre i giornalisti scrivevano forsennatamente sui loro taccuini “al momento sembra sia stato rubato un solo quadro, ma sono ancora in corso accertamenti da parte della Polizia per capire se altri oggetti siano stati sottratti”.

“Qual è il quadro?” chiese uno dei giornalisti.

La direttrice lo squadrò da capo a piedi con fare gelido, come chi non è abituato ad essere interrotto, prese poi un respiro e disse:

“Il gioco dello specchio” di Artemisia Gentileschi”.


“Come sono entrati? Qual è stata la dinamica? Qual è il valore del quadro?” chiedevano a raffica i giornalisti, ansiosi di saperne di più.

Ma la direttrice scrollò le spalle: “Al momento, è tutto quello che posso dirvi” tagliò corto e se ne tornò nel Museo senza fornire ulteriori spiegazioni. Sarebbe stato necessario attendere le forze dell’ordine, di solito, tra l’altro, poco propense a rispondere alle domande. Nives, che aveva scritto il nome del quadro e quello della sua autrice, si rassegnò ad attendere a lungo qualche ulteriore notizia per scrivere il pezzo. Proprio in quel momento squillò di nuovo il cellulare che teneva in borsa.

“Allora, cos’hai scoperto?” sbraitò il caporedattore, impaziente.

“Solo che il furto è stato questa notte ed il quadro è della pittrice Artemisia Gentileschi” spiegò la ragazza.

“E basta?” urlò l’altro.

“E basta” disse Nives.

“Rimani lì, e non muoverti finché non avrai scoperto ogni cosa. Poi richiamami che decidiamo il rigaggio per il pezzo”.

“Va bene”disse Nives, ma dall’altra parte aveva già attaccato come da abitudine.

Tornò a guardare davanti all’entrata del Museo, ma ancora non si era affacciato nessuno.

 “Di questo passo” pensò “non riuscirò mai a scrivere un pezzo decente oggi pomeriggio”.

 Le attese, e poi la fretta di scrivere per arrivare in tempo, erano parte del suo lavoro ma non per questo le risultavano meno snervanti: temeva sempre di non riuscire a svolgere il compito che le era stato assegnato. Imitando i colleghi, si sedette su uno dei gradini che portavano all’entrata, già pensando, come faceva sempre, all’attacco del suo pezzo. Doveva informarsi anche su quella pittrice, sapere di più su di lei e sulle sue opere, così da redigere anche un piccolo box a fianco del pezzo principale, che sicuramente dalla redazione le avrebbero chiesto. Non aveva mai sentito quel nome ne aveva idea di quali fossero i temi preferiti dalla Gentileschi o la sua tecnica. Avrebbe dovuto lavorare per cercare di tracciarne un profilo esaustivo ed allo stesso tempo comprensibile da tutti, senza tecnicismi che avrebbero reso difficoltosa la lettura ai non addetti ai lavori. Era ancora immersa in questi pensieri quando un giovane poliziotto raggiunse il gruppo dei giornalisti e subito tutti si alzarono per andargli incontro e sapere a che punto fossero le indagini. Il poliziotto avanzava verso di loro un po’ impacciato, non doveva essere abituato a trattare con la stampa e chissà per quale motivo avevano mandato proprio un novellino a svolgere quel compito, ma contro ogni aspettativa si dimostrò subito disponibile a rispondere alle domande.

“Qual è la dinamica dei fatti?” chiese un ragazzo inviato dal telegiornale, ancor prima che il giovane rappresentante delle forze dell’ordine potesse aprir bocca.

“Il ladro probabilmente si è mescolato con gli altri visitatori, ieri, ed è poi rimasto all’interno del Museo fino a notte inoltrata” disse il poliziotto “questo l’abbiamo dedotto dal fatto che non vi sono forzature di nessun genere né all’accesso principale né a quelli laterali, né alle finestre. Inoltre- proseguì- è riuscito a non far scattare nessun allarme e nemmeno il custode si è accorto di nulla. Solo stamattina poco prima dell’apertura del Museo ha notato che il quadro mancava e ci ha subito avvertiti”.

“Com’è possibile?” incalzò una giornalista che era giunta tra i primi davanti al Museo “insomma com’è riuscito a non far scattare l’allarme?”

“Ci stiamo lavorando” disse solo il poliziotto “e comunque si tratta di una donna”.

“Una donna?” chiesero in molti, sorpresi.

“Sì, una donna. Il ladro è una ladra” fece il poliziotto, senza ombra di stupore nella voce. Ma quei giornalisti da che pianeta venivano per essere sorpresi che una donna potesse rubare? “Anzi, sono uscito proprio per questo. Vogliono che vi accomodiate dentro, la telecamera ha filmato qualcosa”.

I giornalisti non se lo fecero ripetere due volte e sciamarono in massa verso l’entrata, così anche Nives si trovò all’interno del Museo, in un piccolo ufficio, in piedi, a fissare un video che rimandava frammenti sfocati catturati dalla telecamera, senza che però nessun allarme avvertisse che si stava compiendo un crimine.

“Purtroppo le immagini non sono per niente nitide, si vede pochissimo” disse il capo della Polizia, mentre la direttrice osservava i giornalisti con fare distaccato e quasi di disprezzo.

“Riccardo, fallo partire” disse il poliziotto a un suo sottoposto, e il video partì.

 L’immagine restituita era davvero approssimativa e la donna era visibile solo di spalle. Tuttavia si riconoscevano dei capelli castani scuri, un certo tipo d’andatura, un modo d’incurvare le spalle dopo un po’ che camminava. Troppo poco per le forze dell’ordine, ma non per Nives. Non appena i primi spezzoni erano apparsi sul video, un brivido l’aveva scossa tutta. Aveva represso a stento un’espressione di meraviglia che le si stava dipingendo in volto e poi un urlo quando ne ebbe la certezza. Si era guardata intorno per capire se qualcuno la stava osservando, ma tutti erano intenti a fissare il video con un misto di delusione e rabbia per non aver scoperto nulla di sensazionale da poter raccontare in un articolo. Pareva che quei frammenti non interessassero molto, ed in effetti a parte il colore dei capelli e la statura, non c’erano altri indizi utili per le indagini. Ma lei invece conosceva bene quel modo di camminare, quella tendenza a incurvare le spalle, perfino quella sfumatura dei capelli tra il rame scuro e il nero. Conosceva ogni dettaglio, quei dettagli che invece mancavano a tutti gli altri, perché lì, dentro al video catturato dalle telecamere di sorveglianza che non erano servite a nulla, c’era la persona che più le era familiare al mondo. Lei.




CAPITOLO 2


Non sapeva nemmeno quanto tempo era trascorso da quando, come trasognata, aveva lasciato il Museo senza salutare nessuno dei colleghi, o come avesse fatto ad annotare sul taccuino altre informazioni che la gelida direttrice si era decisa a divulgare. Non lo sapeva, eppure queste cose le aveva fatte, ed era stata la sua mano a muoversi veloce sul notes e le sue gambe a portarla a casa, eppure potevano benissimo essere la mano e le gambe di un’altra, poiché non ricordava di aver compiuto nessuna di quelle azioni. E allora, perché non poteva essere stata lei a rubare quel quadro, la notte passata, e non ricordarsene? Nives pensava a questo mentre, seduta davanti al computer del suo studio a casa sua-poiché lavorando come freelance non si recava in redazione- cercava informazioni su Artemisia Gentileschi. Tutto le appariva ancora come un sogno, tuttavia lei era certa di essersi riconosciuta nelle immagini registrate dalle telecamere, anche se nessun altro tra coloro che avevano assistito a quella breve proiezione pareva averci fatto caso. Com’era possibile? Eppure Nives era lì, accanto a loro, come mai nessuno l’aveva associata alla persona intenta a rubare il quadro? Nives era anche sicura di non essere la ladra, ma allora chi era quella ragazza che sembrava la sua fotocopia? Il cellulare posto sul tavolino squillò, costringendola bruscamente a tornare alla realtà, all’articolo che doveva spedire quanto prima alla redazione.

“Allora, novità?” disse febbrile il caporedattore dall’altra parte del telefono.

“Sì, dunque il ladro è una donna ed è riuscita a portare via il quadro senza far scattare nessun sistema d’allarme e..”

“Come se ne sono accorti?”

“L’ha notato stamattina il…”

“Chi? Chi se n’è accorto?” sbraitava l’altro, senza lasciarle il tempo di spiegarsi.

“Il custode che…”

“Chi ha dato l’allarme?”

“Lui” disse in un soffio Nives, rassegnata a quella raffica di domande.

“Sessanta righe, più un box di trentacinque che spieghi chi era la pittrice e qualcosa del quadro, tra un’ora” e mise giù.

Anche Nives riattaccò, con il cuore in gola e la rabbia per quel modo di fare del caporedattore che non la lasciava mai finire una frase. Si sentiva sempre sotto esame e l’impossibilità di formulare una frase compiuta perché continuamente interrotta la frustrava enormemente. Aveva un’ora per scrivere ma comporre un pezzo di quel rigaggio non sarebbe stato semplice. Aveva pochi elementi in mano, anche il custode aveva rilasciato solo qualche breve dichiarazione poiché non aveva ne visto ne sentito alcunché, inoltre le mancava tutta la documentazione sulla Gentileschi. Decise di partire da quest’ultima. Poiché il tempo era poco digitò “Artemisia Gentileschi” sul motore di ricerca Google e trovò subito alcuni siti d’arte che parlavano della pittrice. Cominciò ad annotare quanto le sembrava più interessante:

·          nata a Roma l’8 luglio del 1593, figlia di Orazio Gentileschi, a sua volta pittore seguace della maniera caravaggesca e toscano d’origine e di Prudenza Montone, che morì quando Artemisia era ancora piccola.
·          L’unica in grado di dipingere tra i suoi fratelli.
·          Iniziò a dipingere giovanissima.
·          Diverse le opere rimaste, realizzate tra Roma, altre città italiane e all’estero.
·          Violentata da un pittore amico e collega del padre nel 1611, ne scaturì un processo nel 1612, infinitamente umiliante per Artemisia che venne anche sottoposta alla tortura dei “sibilli”, ovvero allo schiacciamento dei pollici, particolarmente dannoso per una pittrice.
·          Il gioco dello specchio”, il quadro scomparso dal Museo, datava 1612.


Nives buttò giù la sua trentina di righe in base a queste informazioni, aggiungendovi anche le parole della direttrice del Museo che aveva definito il quadro “un’opera d’inestimabile valore”, frase un po’ generica che probabilmente avrebbe detto per qualsiasi altro dipinto, ma andava bene per rimpolpare il suo articolo. Nella ricerca per immagini di Google trovò anche un’immagine in Megabyte del quadro rubato, quindi di dimensioni sufficienti da poter inviare insieme al suo testo. Nives si fermò un momento a fissare il quadro, che raffigurava la medesima persona, una donna con i capelli scuri, in parte raccolti dietro ma con ciocche che ricadevano sulla fronte, abbastanza robusta ma non tanto da risultare grassa, abbigliata con una veste dai colori caldi, con oro e bianco che si mescolavano sulla tela, mentre fissava l’identica figura, posta di fronte a lei, che però vestiva con abiti scuri, di un nero lucente. Scorrendo i quadri di Artemisia, era facile capire che quella donna, anzi quelle donne, altro non erano che la pittrice stessa. Nives ne rimase turbata, ricordando quanto le era accaduto al Museo. Era decisa a dimenticare quella sciocchezza-perché tale doveva essere secondo lei-ma la sua mente evidentemente non era d’accordo e continuava a ricordarle quella ragazza e quei movimenti identici ai suoi. Guardò l’orologio, le mancava ancora solo mezz’ora per scrivere il testo più lungo, così si mise subito all’opera con quanto aveva. Trovò anche il tempo per chiamare il maresciallo dei carabinieri in caserma, per capire se fossero emersi nuovi indizi-e per sapere, naturalmente senza accennarlo, se qualcuno si era accorto della sua somiglianza con la ladra- ma non c’erano novità in merito. Così Nives si mise di buona lena a raccontare ciò che era accaduto, senza saper rispondere alle domande più importanti, e cioè perché la ladra aveva portato via solamente quel quadro e perché aveva preso proprio quell’opera. Non le pareva possibile che avesse rubato un quadro a caso, anche perché solitamente chi compie furti relativi ad opere d’arte ne conosce molto bene il valore. Comunque scrisse il suo pezzo, lo rilesse più volte com’era solita fare per controllare se filava bene e infine spedì tutto al giornale tramite la posta elettronica. Tirò un sospiro di sollievo per esserci riuscita anche quella volta-poiché aveva sempre paura di non stare nei tempi- e andò in cucina. Prese un bicchiere di the al limone e tornò davanti al computer per saperne di più sulla pittrice. L’indomani, lo sapeva, avrebbe dovuto nuovamente sentire le forze dell’ordine per capire a che punto erano le indagini e scrivere un pezzo anche su quello, ma chissà se in un giorno sarebbero arrivati in capo a qualcosa. Ripensò anche alla ragazza ripresa dalla telecamera, senza riuscire a darsi una spiegazione convincente. Forse, pensava, mi sono sbagliata, ho avuto un abbaglio. Forse mi sono lasciata suggestionare da quella figura che tanto mi assomiglia. Ma il suo inconscio diceva no: non ti sei sbagliata. Nives si costrinse a leggere ancora qualcosa sulla pittrice, una donna che l’affascinava per più motivi, ma poi quell’inquietudine la spinse ad uscire, chiudere casa e camminare senza meta per la città, così da pensare in pace ma scaricando al contempo l’ansia per tutta quella faccenda e, inutile nasconderlo, anche un po’ di paura. Si spinse verso la chiesa di San Pietro, poi fino al Conservatorio, dalle cui finestre uscivano dolci note che invitavano a lasciarsi andare, a non pensare ai problemi della vita, fino al piccolo parco nelle vicinanze. E fu lì, anche se in lontananza, che rivide per un attimo, troppo effimero per fare qualsiasi cosa, se stessa che si allontanava.




Stavolta ne fu veramente convinta: quella ragazza- scomparsa alla sua vista troppo presto per avvicinarsi e parlarle- era davvero lei, o meglio era una persona identica a lei. Questa constatazione la fece stare meglio per un po’: dopotutto ciò significava che lei, Nives, non c’entrava nulla con la sparizione del quadro, che non soffriva di qualche strana malattia o di amnesie che le avevano fatto dimenticare di aver compiuto il furto. Tuttavia, il problema era un altro: chi diavolo poteva essere quella ragazza? E inoltre, quanto tempo avrebbero impiegato le forze dell’ordine a collegare lei, Nives, al furto? Chi mai avrebbe creduto che lì, in quella stessa città, esisteva un’altra se stessa? Mentre ragionava in questo modo seguiva, correndo, la strada che l’altra se stessa aveva compiuto appena pochi attimi prima, cercando di cogliere qualche indizio per capire dove fosse diretta. Ma tutto appariva come sempre e il parco con i suoi tigli secolari ai lati e già avvolto dalla luce dorata del tramonto, sembrava non essere in grado di fornirle le risposte che cercava. Molti altri vicoli si aprivano alla fine della stradina di ghiaia che racchiudeva il parco e Nives non sapeva quale seguire. Si fermò un attimo per riprendere fiato, guardarsi intorno, ragionare sulla direzione in cui muoversi. Ma la sua mente non riusciva a concentrarsi, a seguire il filo di un discorso logico dopo ciò che aveva visto. Com’era possibile che al mondo esistesse una ragazza che in nulla differiva dalla sua persona, che anche da lontano, si capiva, era la sua copia esatta? Nives non aveva sorelle né fratelli, ma era concepibile che avesse una gemella di cui non aveva mai saputo nulla fino a quel momento? Per quanto bizzarro, decise di chiederlo direttamente a sua madre. Forse l’avrebbe presa per pazza, ma in qualche modo doveva sapere, venire a capo di quella situazione che la stava facendo impazzire. Digitò in fretta il numero sulla tastiera del cellulare e attese.

“Pronto?” disse quasi subito sua madre dall’altra parte del telefono.

“Mamma sono io”.

“Nives! Cosa c’è? È successo qualcosa?” chiese la donna, avendo percepito subito il tono d’allarme nella voce della figlia. Nives si affrettò a negare.

“No, no, nulla. Ma devo chiederti una cosa, anche se sembra assurdo o mi prenderai per pazza. Ti prego rispondimi sinceramente, è importante.”

“Va bene, Nives, dimmi. Mi stai facendo paura” ammise la madre.

“Senti” tagliò corto Nives “Dio mi sembra così stupido da chiedere…”

“Ma dimmi ti prego” insistette la madre, apprensiva.

“Insomma, io ho una gemella? Sii sincera, è veramente importante.”

La madre tacque per un attimo, poi Nives udì dall’altra parte della cornetta quelli che parevano dei singulti e che invece era una risata trattenuta.

“Ma che vai a pensare? Che idee ti vengono in mente?” rispose ilare la madre “Certo che no. Ma che ti è saltato in testa Nives?” disse la madre ridendo.

“Senti ho visto una ragazza che è identica a me, come lo spieghi?”

“Non lo so. Ma sei sicura, magari l’hai vista da lontano e ti è sembrato..”

“Sì mamma sono sicura, sicurissima. Anche tu se la vedessi mi scambieresti per lei.”

“Questa poi. E perché non le hai chiesto nulla?” fece la madre, incuriosita.

Nives non poteva certo raccontarle che tutto era partito dalle registrazioni della telecamera al Museo, che quella ragazza aveva commesso un furto e via discorrendo. Così disse solo:

“Non ho avuto occasione. Ma tu sei sicura..”

“Di non avere avuto un’altra figlia?” chiese ridacchiando la madre “Nives, Santo cielo, ti pare che se avessi avuto un’altra bambina non me ne sarei accorta? O che l’avrei nascosto a tutti? E a che scopo poi?”

“Va bene mamma, devo andare.”

“Fatti sentire.”

“Va bene, ciao.”

“Ciao”.

Nives riattaccò ancora più confusa di prima. Dunque quella ragazza non era una gemella sbucata fuori all’improvviso, sapeva che sua madre non le aveva mentito, anche se lei, per fugare ogni dubbio, aveva sentito l’esigenza di chiamarla. Ripose il cellulare nella borsa e riprese a camminare senza sapere dove andare, mentre le ombre della sera si allungavano dipingendo di chiaro scuri piazze e vie della città. Senza saperlo si trovò in via Roma dove stava la biblioteca e vi entrò spinta da un impulso che neppure lei riusciva a spiegare. Le porte automatiche si aprirono al suo passaggio e dentro le luci soffuse creavano un’atmosfera di rilassamento molto invitante, cosa di cui lei, dopo una giornata come quella che stava per terminare, aveva un disperato bisogno. Decise di cercare qualche libro d’arte su Artemisia Gentileschi, così da saperne di più sulla pittrice, casomai servisse per rimpolpare i pezzi che avrebbe scritto nei giorni successivi. Salì le scale in stile classico che portavano al piano superiore e si rifugiò nel settore dei libri d’arte. Ebbe fortuna. In occasione della mostra che si svolgeva al Museo, infatti, era stato messo in bella vista un volume che trattava proprio delle pittrici nel corso dei secoli e scorrendo l’indice Nives trovò anche la Gentileschi. Lo prese e, senza intrattenersi oltre tra gli scaffali, scese le scale e tornò da basso. Al banco consegnò il volume alla bibliotecaria che lo smagnetizzò nell’apposito apparecchio dopo aver visto la sua tessera della biblioteca. Era il procedimento utilizzato affinché i libri non fossero rubati, perché se i testi non venivano smagnetizzati appena la persona oltrepassava il bancone un dispositivo suonava immediatamente denunciando il furto. Era anche vero che a volte qualcosa non funzionava, ad esempio il libro non era stato passato adeguatamente nell’apposita macchina oppure l’addetto della biblioteca, specie nei momenti di punta, l’aveva tralasciato, ed allora quel suono intenso, fastidioso, imbarazzava non poco la persona che aveva richiesto il libro, guardata da tutti coloro che sedevano nel locale come una ladra. Ma c’erano altre volte in cui il dispositivo aveva permesso di scongiurare dei furti ed infatti c’era sempre qualcuno che pensava di farla franca portandosi a casa un testo gratis. Per Nives tutto filò liscio, il libro le fu riconsegnato dalla bibliotecaria con un sorriso e nessun suono disturbò quanti stavano leggendo o studiando nell’edificio. Le porte automatiche si aprirono e lei fu in strada. Si stava dirigendo verso piazza Dante quando quel suono la raggiunse. Presa dal panico, benché non ne avesse motivo, si nascose dietro un cespuglio che cresceva nel parco, quel tanto che bastava per vedere e non essere vista. Il suono metallico dell’allarme della biblioteca giungeva fin lì e non passò che una frazione di secondo perché Nives vedesse sfrecciarle accanto chi cercava, cioè se stessa. La ragazza correva trafelata con un libro sottobraccio, ma dietro di lei nessuno la inseguiva. Le forze dell’ordine non sarebbero riuscite ad arrivare alla biblioteca così velocemente da impedirle di fuggire e anche se la bibliotecaria per un breve tratto l’aveva rincorsa, non era poi riuscita ad attraversare la strada per piazza Dante perché il traffico era ancora intenso. Avrebbe chiamato subito la Polizia, ma intanto quella ragazza chissà dove sarebbe sparita. I passanti osservarono per un attimo la scena, senza riuscire a capire cosa fosse successo, dopodiché proseguirono come nulla fosse. Nives, da dietro il cespuglio, aveva seguito il suo alter ego con lo sguardo, per poi smarrirlo tra la folla. Ancora una volta l’aveva perduta e oltretutto doveva andarsene di lì e sicuramente non mettere più piede nella biblioteca, perché l’avrebbero confusa con quell’altra. Stava per prendere la stessa direzione quando notò a terra un foglio ripiegato che prima non c’era e subito lo raccolse. Lo aprì con cautela, sperando che l’avesse perso la ragazza durante la sua corsa. Era una cartina di Roma e probabilmente il libro che quella ragazza aveva rubato era una guida. Forse sapeva dove rintracciarla, così iniziò a correre anche lei, verso la stazione dei treni. Mentre procedeva domandava a se stessa se tutta quella faccenda non fosse una pazzia ma allo stesso tempo pensava a quanti euro le erano rimasti in tasca e se aveva chiuso casa. Le importava trovare quella ragazza e comprendere la ragione di quella straordinaria somiglianza, ma anche avere l’occasione di uno scoop giornalistico, se fosse riuscita a beccare la ladra, anche se poi restava da chiarire che tra loro non vi era alcuna parentela. Fuori dalla stazione una fila di taxi aspettava clienti mentre sulle panchine stava in attesa un gran numero di persone. Nives le guardò una per una, ma non si vide in nessuna di loro. Se l’aspettava. In fondo, l’altra stava sempre scappando per il furto del libro e non se ne sarebbe stata tranquilla su una panchina mentre il treno arrivava. Così Nives, controllato di avere denaro a sufficienza e passato l’ultimo momento d’incertezza, si diresse alla biglietteria. Dall’altra parte un omino dall’aria simpatica le diede il benvenuto.

“Buonasera signorina, cosa posso fare per lei?”

“Buonasera. Un biglietto, prego.”

“Per dove?” domandò l’omino.

“Roma.”

“Ah, Roma, gran bella città. Se non sono indiscreto, cosa la porta laggiù? Amore o affari?”

“Nessuna delle due, in realtà. Cerco una persona” rispose Nives.

“Ecco qui” disse l’omino “si affretti, il treno arriva tra dieci minuti, oppure c’è quello tra un’ora. Le auguro di trovare chi cerca.”

“La ringrazio” disse Nives “buonasera.”

“A lei” rispose l’omino, e si girò ad accogliere il prossimo cliente.

Nives si spostò sul binario indicato. Come sapere quale dei due treni avrebbe preso l’altra? Quello che stava arrivando o quello tra un’ora? Ragionando come fosse una persona in fuga, Nives decise che sarebbe salita sul primo in arrivo e obliterò il biglietto. Era inoltre chiaro che alla biglietteria non avevano visto nessuna ragazza con le sue sembianze, altrimenti l’omino se ne sarebbe di certo ricordato, essendo che l’altra se stessa era sicuramente passata di lì appena poco prima. Sì, era passata dalla stazione, ma senza fare il biglietto. Evidentemente, ce l’aveva già.



Nessun commento:

Posta un commento