In questo quadro, conservato alla Galleria degli Uffizi a Firenze, la pittrice Artemisia Gentileschi sembra da un lato vendicare la
violenza di cui lei stessa fu vittima (si è fatto notare come l’uomo avesse
tratti somiglianti all’aguzzino di Artemisia, Agostino Tassi) dall’altra trovare una sorta di solidarietà
femminile che non ebbe in vita, infatti la tradì anche la sua amica e vicina di
casa. Artemisia è stata una pittrice di grande talento sia in Italia sia
all’estero, in un rapporto di amore odio con il padre Orazio che durerà tutta
la vita, soprattutto perché ognuno dei due cercava di superare l’altro nella
pittura. La storia vera di Artemisia si trova in questo libro, che spiega la
trama che parte dai nostri giorni con il furto di un quadro della pittrice.
L’esistenza di Artemisia, frammista a episodi fantasy che la riguardano, sono
il segreto su cui si basa tutto il libro, che porta la giornalista Nives ad
indagare sul furto, giungendo proprio nella vecchia casa di Artemisia, secoli
dopo la sua morte. Nives e Artemisia faranno fronte comune contro il male, ma
riusciranno a sconfiggerlo, insieme?
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giovedì 18 settembre 2014
giovedì 19 giugno 2014
Artemisia Gentileschi, chi era?
Artemisia Gentileschi,
figura da cui ho tratto ispirazione per questo libro, è stata una grande
pittrice del Seicento. Figlia e allieva di un altro pittore, Orazio Gentileschi, fu influenzata
dalla pittura del Caravaggio e fino
ad un certo punto da quella del padre: nel corso della loro vita artistica -
resteranno separati per molti anni-non si capirà più chi è il maestro e chi l’allieva,
tanto che sarà la stessa Artemisia a concludere alcune opere iniziate dal padre
in Inghilterra ed ancora oggi per alcune opere è incerta l’attribuzione ad
Artemisia o Orazio.
Artemisia era una
ragazza fuori dal comune. Talentuosa, iniziò a dipingere fin da giovane nel Quartiere degli Artisti a Roma. Purtroppo
la sua giovinezza fu rovinata dalla violenza perpetrata ad opera di Agostino Tassi,
suo maestro di prospettiva e amico e collega del padre. Cosa inaudita per l’epoca,
Agostino subirà un processo e sarà condannato per stupro. Artemisia ne esce
vincitrice, anche se per tutta la vita porterà suo malgrado quel marchio d’infamia
su di sé.
Sembra che nel quadro "Susanna e i vecchioni” uno degli uomini è ben lungi da apparire
vecchio e mostra invece i riccioli neri del Tassi, in un quadro che raffigura
due uomini che, guarda caso, importunano una ragazza. In “Giuditta che decapita Oloferne” si è voluta vedere la fisionomia
del Tassi e in molti altri quadri la stessa Artemisia.
Il suo Autoritratto
come allegoria della pittura la mostra intenta a dipingere, le maniche
tirate su per non sporcarle di colore, anziché compunta come nei ritratti
ufficiali. Appare quello che è: un’artista e una donna indipendente che sa il
fatto suo.
Artemisia Gentileschi
e la sua storia compaiono in questo libro, per far comprendere una vicenda
dei giorni nostri che vede come protagonista Nives, giornalista sulle tracce di
un ladro che ha rubato proprio una delle opere di Artemisia. Scoprirà che lei
stessa ha un legame con la Gentileschi, in una storia che mescola alla vicenda
reale di Artemisia un pizzico di fantasy dove si scontrano bene e male.
Leggete il report gratuito (a destra del blog, cliccando) e cliccate
se desiderate una copia del libro
su
giovedì 7 novembre 2013
ARTEMISIA E LA SUA TRISTE STORIA DI VIOLENZA: LEGGETELA NEL CAPITOLO 6
Ecco in anteprima il capitolo 6, ambientato al tempo di Artemisia Gentileschi. Lei stessa e la sua triste storia è protagonista di questo capitolo.
CAPITOLO 6
Roma, autunno 1612
Seduta su uno sgabello davanti al cavalletto con la tela, Artemisia
stendeva il colore quasi senza pensare, immersa com’era nei suoi cupi pensieri.
Le pareva quasi che il quadro si completasse da solo, che le sue mani con una
propria autonomia dipingessero mentre lei si soffermava con la mente su
tutt’altro. Dipingere era l’unica cosa in grado di regalarle almeno un po’ di
serenità, anche se sempre più spesso si trovava a rivangare quanto accaduto in
quei mesi. Era una bella giornata autunnale, una di quelle in cui ancora il sole scalda la terra con i suoi
raggi e il cielo terso regala l’illusione di essere ancora nella stagione
estiva. Artemisia era sola in casa poiché il padre Orazio era andato fuori per
delle commissioni e i fratelli erano usciti di buon’ora. Ma anche se la casa
fosse stata piena di gente, lei si sarebbe ugualmente sentita sola. Mentre
immergeva il pennello nel colore nero, ripensò a quanto le era accaduto l’anno
precedente. Era una giornata come tante e lei stava nella sua casa in via della
Croce quando il pittore Agostino Tassi detto lo “Smargiasso” era entrato in
casa e approfittando dell’assenza di Orazio le aveva usato violenza. Artemisia,
che aveva intuito subito le intenzioni dell’uomo, aveva supplicato l’amica Tuzia,
sua vicina di casa, di non
lasciarla sola, ma quella se n’era infischiata e così il Tassi aveva avuto
campo libero e in breve aveva fatto di lei ciò che voleva. Lei aveva tentato di
resistere, graffiandolo, sputandogli in faccia, ma la forza dell’uomo era tanto
superiore alla sua che alla fine non era più riuscita a tenere a bada quella
belva. Artemisia non poteva dimenticare
la vergogna e il dolore per quella violenza e nemmeno il tradimento dell’amica.
Il Tassi era anche amico di suo padre, il quale tempo addietro l’aveva pregato
anche di dare lezioni di prospettiva alla figlia Artemisia, l’unica tra i suoi
eredi-tutti maschi-a padroneggiare l’arte della pittura. Era piuttosto
inconsueto che a una donna fosse concesso di praticare quell’arte ma Orazio
l’aveva avviata presto in quel mestiere appena si era reso conto che in lei si
nascondeva del talento. Anche a lui, probabilmente, era sembrata una cosa
sconveniente che una ragazza diventasse pittrice e certamente si doveva essere
preoccupato di quanto avrebbe detto la gente vedendola dipingere, ma in cuor
suo non se l’era sentita di precluderle quella possibilità, non dopo aver visto
con quale facilità sua figlia imparava e con quale passione si applicava per
emergere. Per questo aveva chiesto all’amico Agostino-che collaborava con lui
alla realizzazione della loggetta della Sala del Casino delle Muse di Palazzo
Rospigliosi- di darle lezioni sulla prospettiva, in modo da fornire ad
Artemisia ulteriori conoscenze che avrebbero arricchito il suo bagaglio artistico.
Quello che Orazio non poteva immaginare era che l’uomo aveva messo gli occhi su
Artemisia e da tempo attendeva l’occasione giusta per avvicinarla, come non
poteva immaginare che il Tassi, nonostante la loro amicizia e il sodalizio
artistico che si era creato tra loro, stava meditando di compiere un’azione
tanto spregevole. Artemisia non raccontò subito al padre quant’era accaduto.
Agostino nei giorni successivi aveva promesso di sposarla, così da rimediare
alla violenza e secondo la tradizione dell’epoca in tal modo era possibile
sistemare le cose. Non che Artemisia fosse contenta di sposarlo, anzi la cosa
la ripugnava, ma non vedeva altra via d’uscita per non essere additata dalla
gente che in quelle occasioni addossava sempre tutta la colpa alla donna. Lei
naturalmente sapeva di non aver fatto o detto nulla per incoraggiare l’uomo, ma
la gente ragionava in altro modo. Sapeva cos’avrebbero bisbigliato: avrebbero
detto che lei era una poco di buono, che aveva messo in atto mille astuzie per
farsi sedurre da Agostino e che in fondo si era meritata quella violenza.
Avrebbero sparlato di lei al suo passaggio, magari nessuno avrebbe mai comprato
un suo quadro. Ecco, era quest’ultima cosa che le pesava di più, che la sua
carriera artistica appena cominciata dovesse interrompersi per quel vergognoso
episodio e per colpa di un uomo che aveva distrutto il suo futuro. Per questa
ragione Artemisia inizialmente tacque con il padre e attese, seppur angosciata
e disgustata, che Agostino la chiedesse in moglie. Ma i giorni passarono e
Agostino non si presentò da Orazio per chiedere la mano della figlia. Poi
passarono le settimane, e quando fu chiaro che il Tassi l’aveva ingannata
Artemisia si decise a confessare l’accaduto al padre. Si era vergognata
talmente, nel raccontare al genitore quanto aveva dovuto subire e per tutto il
tempo aveva tenuto gli occhi bassi attendendo la condanna di Orazio. Artemisia,
infatti, pur amando il padre, era convinta che anche lui l’avrebbe incolpata
dell’accaduto. Era suo padre, è vero, ma era pur sempre un uomo, e come tutti
gli uomini anche lui probabilmente vedeva le donne come uniche colpevoli in
situazioni come quella. Orazio, seduto al tavolo della cucina, aveva ascoltato
la figlia senza fiatare, sempre più incollerito man mano che proseguiva. Alla
sua rabbia si mescolava anche un sentimento d’incredulità, proprio perché il
Tassi non era uno sconosciuto ma un amico e collega. Come aveva osato quel
farabutto rovinare sua figlia? Quando venne a conoscenza del fatto che la
violenza risaliva a tempo addietro, ricordò che aveva visto il Tassi fino al
giorno prima e con lui aveva scherzato e scambiato consigli sui lavori
commissionati ai due pittori. In lui non aveva mai notato nulla di strano, di
diverso. Semmai-e fu un particolare che gli tornò in mente solo mentre la
figlia continuava a parlare-era Artemisia che in quel periodo sembrava più
assente e più taciturna. Non aveva dato molto peso alla cosa ma in quel momento
capì che avrebbe dovuto indagare e scoprire cosa faceva soffrire la figlia. Se
avesse ancora avuto al fianco sua moglie, morta già da diversi anni, forse le
cose sarebbero andate diversamente. Lei sicuramente si sarebbe accorta subito
del cambiamento di Artemisia.
“Perché non hai parlato subito con me?” domandò Orazio quando Artemisia
ebbe finito il suo racconto.
Artemisia tacque un momento, sempre con gli occhi bassi e poi rispose:
“Aveva promesso di sposarmi.”
“Capisco. E dunque?”
“Niente” disse Artemisia.
“In questo caso c’è solo una cosa da fare” disse Orazio “denunciarlo”.
Già si era alzato dal tavolo e afferrava una mantella per coprirsi e andare a
fare il suo dovere affinché quel delinquente non la passasse liscia, quando
Artemisia lo fermò.
“No, vi prego padre. So che quell’uomo è stato ignobile e merita una
punizione, ma pensate a me.”
“Che cosa vuoi dire?” domandò Orazio senza capire.
“Pensate a cosa andrò incontro se ci sarà un processo. La gente mi
additerà, dirà che sono una dai facili costumi, che me la sono cercata, nessuno
vorrà un mio quadro”. Artemisia parlava concitata, con il terrore negli occhi.
Orazio, vedendola in quello stato, le mise le mani sulle spalle e la fece
sedere.
“Guardami, Artemisia” disse alzandole il viso con un dito. Artemisia lo
fissò per la prima volta da quando aveva iniziato a raccontare. “Che altro
pensavi che avrei potuto fare? Non posso andare da lui e farmi giustizia da
solo. O lo denuncio, oppure la faccenda si chiude qui, lo capisci?”
Artemisia non rispose. Si rendeva conto che il padre aveva ragione, ma
come uomo non riusciva a capire la sua posizione. Sarebbe stata sola, ad
affrontare quella battaglia. Sola contro le maldicenze, le cattiverie, sola
contro i pregiudizi della gente.
“Io vado” disse Orazio e rapidamente uscì chiudendo la porta di casa
dietro di sé senza aspettare la sua risposta.
“Ecco, ci siamo” pensò Artemisia “niente sarà più come prima nella mia
vita”. E, come avrebbe costatato in
seguito, aveva ragione.
Quello che ne seguì fu un processo che subito diede scandalo e che fece
di Artemisia la protagonista assoluta di quel dramma. Fin da subito, dal giorno
in cui Orazio era tornato a casa dopo aver sporto denuncia, Artemisia aveva
compreso che doveva prepararsi al peggio, che da quel momento in avanti avrebbe
potuto contare esclusivamente su se stessa e nessun altro. Ne sarebbe stata
capace, lei, una ragazza così giovane? Sarebbe stata in grado di sopportare
chissà quali voci e quali umiliazioni? Si disse di sì e decise che qualunque
cosa fosse accaduta non si sarebbe piegata. Nessuno, mai, sarebbe stato in
grado di usarle ancora violenza o di farla cedere, in nessun modo. Orazio
l’aveva informata che presto sarebbero iniziati gli interrogatori, non solo per
lei e per il Tassi, ma anche per Tuzia e per chiunque potesse sapere qualcosa
su quella squallida faccenda. Artemisia, saputolo, con un pretesto era uscita
di casa per starsene un po’ sola, nonostante Orazio le avesse raccomandato di
stare attenta a non incontrare amici del Tassi che potevano rifarsi su di lei
per aver avuto l’ardire di denunciare il suo stupratore. Ma Artemisia non
sopportava più di starsene rinchiusa in casa, l’aria le sembrava pesante e
nello sguardo del padre, seppure di sfuggita, le era quasi parso di notare un
muto rimprovero per quanto accaduto. La ragazza lasciò la casa per vagare in
pace per il Quartiere degli artisti, prima che la voce sulla denuncia
circolasse. Per il momento ne erano ancora tutti all’oscuro, eccetto il Tassi e
i suoi fedeli compagni, ed Artemisia sapeva che neppure loro avrebbero avuto il
coraggio di aggredirla per strada, in pieno giorno. La violenza del Tassi era
stata ben altra cosa, consumata in una casa privata, al riparo da sguardi
indiscreti, e nessuno avrebbe potuto udire le urla di Artemisia. A parte Tuzia.
Tuzia, l’amica fedele, colei che già donna aveva raccolto le confidenze, le
paure e le speranze di Artemisia ragazzina, colei che avrebbe dovuto
proteggerla in quanto donna e in quanto amica, quel giorno maledetto aveva
deciso di voltarsi dall’altra parte, di fingere di non vedere ciò che lo
Smargiasso stava architettando ed anzi addirittura l’aveva coperto quando, quel
giorno dannato, aveva deciso di non aspettare oltre e violentare Artemisia.
Mentre camminava per i vicoli senza una meta precisa, Artemisia pensava a
questo e a molti altri interrogativi. Si era infatti resa conto che quando
aveva parlato al padre dello stupro, quest’ultimo aveva deciso di denunciare il
Tassi solamente quando Artemisia gli aveva detto che l’uomo non aveva nessuna
intenzione di sposarla. Inoltre, lei stessa aveva raccontato tutto ad Orazio
solo quando si era resa conto che non vi sarebbe stato alcun matrimonio
riparatore. Ma com’era possibile? Ad entrambi più che la violenza intentata
dallo Smargiasso era parso più deplorevole la mancata proposta di matrimonio,
persino a lei, Artemisia, che quella violenza l’aveva subita in prima persona,
che per giorni e settimane e mesi aveva convissuto con quel peso, sentendosi
sporca, sbagliata, percependo dentro se stessa quasi la certezza di essersi
meritata quanto accaduto, benché invece sapesse benissimo che tutto ciò non era
vero. Non aveva fatto nulla per dare a intendere qualcosa ad Agostino ed era
ben sicura di non aver mai fatto allusioni che potessero essere interpretate in
modo erroneo. Ma allora perché dopo quel fatto si sentiva così, con quel
disagio perenne, come se ad essere nel peccato fosse lei e non il suo aguzzino?
Perché la società in cui viveva-si domandava-non condannava chi usava violenza
ad una donna, non l’atto in sé ma solo ciò che avveniva dopo, se il matrimonio
non aveva luogo? Ed ancora, perché le donne finivano per sposare i loro
torturatori? Com’era spiegabile che volessero condividere tutta la vita con
l’uomo responsabile di tutti i loro mali, sia fisici sia psicologici? Anche lei
stessa, in fondo, aveva creduto ad Agostino e sperato che la sposasse. Ora
stentava a riconoscersi nella ragazzina che giorno per giorno attendeva gli
eventi e pregava ogni notte, prima di addormentarsi nel suo letto, che lo
Smargiasso si presentasse a casa di Orazio per chiederla in sposa. Si rese
conto che la società del suo tempo ragionava in quella maniera, forse anche
nelle epoche passate si era sempre ragionato a quel modo e a tutti pareva una
cosa giusta. A nessuno-tranne forse a qualche donna più coraggiosa delle
altre-era venuto in mente che violentare una ragazza era un reato e che per
questo chi lo compiva meritava di finire in galera. La violenza in sé doveva
essere condannata, non il fatto di rifiutarsi di sposare la vittima. Artemisia
camminava e camminava, senza fermarsi a parlare con nessuno, senza prestare
attenzione al tempo, ai luoghi, e finì per trovarsi nelle vicinanze del Tevere.
“Sarebbe tutto più facile” pensò “se mi buttassi nel fiume.”
Poi però si vergognò di quel pensiero. Perché doveva essere lei a
morire, lei che non aveva fatto nulla di male, lei che era stata la vittima?
Era più che certa che invece pensieri del genere non avevano mai neppure
sfiorato la mente di Agostino, che anzi sicuramente si era vantato di quella
sua losca “impresa” con i suoi compagni delinquenti. Chissà quanto avevano
riso, tutti insieme in qualche taverna, mentre Agostino raccontava com’erano
andate le cose. Chissà come si erano divertiti, mentre lo Smargiasso narrava
con quale resistenza Artemisia aveva tentato di tenergli testa. Al solo
pensiero Artemisia si sentì rivoltare lo stomaco. Si fermò sull’argine del
fiume, ad osservare l’acqua che scorreva. Era così calmo, il fiume, lui che non
aveva problemi da risolvere. Le sarebbe piaciuto tornare indietro ed essere ancora
la ragazza che era prima dello stupro, ma sapeva anche che non era possibile.
La ragazza che era stata era morta quel giorno, mentre Agostino Tassi la teneva
ferma e le impediva di gridare schiacciandole una mano sulla bocca. L’Artemisia
di allora non c’era più, non ci sarebbe più stata. Quando pensava a Tuzia ancora
l’incredulità per quel suo comportamento aveva il sopravvento su Artemisia.
Artemisia, che aveva perso ancora adolescente la madre Prudenza, sentiva il
bisogno di parlare con una donna, così era nata l’amicizia con Tuzia. L’amica
l’ascoltava e le dava consigli, anche se le sembrava strano che una donna
potesse dipingere e abitando vicine per Artemisia era diventata un punto di
riferimento. Come aveva potuto, con quale cuore, diventare complice del Tassi?
Pareva che l’avesse addirittura avvertito di quando Artemisia sarebbe stata
sola e, quando Agostino le piombò in casa e Artemisia chiese aiuto, Tuzia finse
di non aver udito le sue parole. Così, senza nessun impedimento, si era
consumata la violenza in via Della Croce. Il tradimento di Tuzia l’aveva
così profondamente rattristata proprio perché immotivato visto il legame che si
era instaurato tra loro, e a momenti ancora non riusciva a capacitarsene. Se
fosse stata viva sua madre, forse l’avrebbe preparata a parare colpi di quel
genere, le avrebbe insegnato che al mondo la solidarietà tra donne è qualcosa
di difficilissimo da trovare, poiché solitamente viene ostacolata da sentimenti
diversi, sui quale predomina l’invidia. Artemisia invece l’aveva scoperto da
sola, e nel modo peggiore. Ma di che cosa poteva essere invidiosa Tuzia? Della
sua arte. Covava invidia per il talento dell’amica pittrice, per il fatto che
il padre l’avesse iniziata a quel mestiere nonostante fosse una donna, perché
forse un giorno i suoi quadri sarebbero stati apprezzati e venduti con successo
ed il suo nome conosciuto ovunque. Solo molto tempo dopo il tradimento
Artemisia l’aveva compreso. Doveva forse sentirsi in colpa anche per quello?
No, no di certo. E fu in quel momento, lì, sull’argine del Tevere, mentre il
sole tramontava colorando di tinte violette il cielo, che decise di non
rinnegare mai se stessa. Di non sottovalutare la sua arte, di continuare la
strada che aveva intrapreso anche se era una donna e a molti non avrebbe fatto
piacere, di non sputare su se stessa come donna perdonando il suo violentatore
o peggio sposandolo. Avrebbe affrontato il processo e tutte le sue conseguenze,
senza paura, a testa alta. Mai più, per nessuno, avrebbe chinato la testa. Artemisia
Gentileschi non aveva più paura di niente.
lunedì 8 luglio 2013
Capitolo 2 di L’inclinazione.Storia di Artemisia e Nives
Ecco il secondo capitolo del
libro di Artemisia, quando Nives, la
giornalista che vive ai giorni nostri, si trova sulle tracce del ladro del
quadro della Gentileschi, scomparso da un Museo di Trento.
Per avere il libro potete rivolgervi direttamente a me a larazavatteri@gmail.com o
sul sito
http://www.shopmybook.com/it/Lara-Zavatteri/LInclinazione%252E-Storia-di-Artemisia-e-Nives%252E
Non sapeva nemmeno quanto tempo era trascorso da quando, come trasognata, aveva lasciato il Museo senza salutare nessuno dei colleghi, o come avesse fatto ad annotare sul taccuino altre informazioni che la gelida direttrice si era decisa a divulgare. Non lo sapeva, eppure queste cose le aveva fatte, ed era stata la sua mano a muoversi veloce sul notes e le sue gambe a portarla a casa, eppure potevano benissimo essere la mano e le gambe di un’altra, poiché non ricordava di aver compiuto nessuna di quelle azioni. E allora, perché non poteva essere stata lei a rubare quel quadro, la notte passata, e non ricordarsene? Nives pensava a questo mentre, seduta davanti al computer del suo studio a casa sua-poiché lavorando come freelance non si recava in redazione- cercava informazioni su Artemisia Gentileschi. Tutto le appariva ancora come un sogno, tuttavia lei era certa di essersi riconosciuta nelle immagini registrate dalle telecamere, anche se nessun altro tra coloro che avevano assistito a quella breve proiezione pareva averci fatto caso. Com’era possibile? Eppure Nives era lì, accanto a loro, come mai nessuno l’aveva associata alla persona intenta a rubare il quadro? Nives era anche sicura di non essere la ladra, ma allora chi era quella ragazza che sembrava la sua fotocopia? Il cellulare posto sul tavolino squillò, costringendola bruscamente a tornare alla realtà, all’articolo che doveva spedire quanto prima alla redazione.
“Allora, novità?” disse febbrile il caporedattore
dall’altra parte del telefono.
“Sì, dunque il ladro è una donna ed è riuscita a portare
via il quadro senza far scattare nessun sistema d’allarme e..”
“Come se ne sono accorti?”
“L’ha notato stamattina il…”
“Chi? Chi se n’è accorto?” sbraitava l’altro, senza
lasciarle il tempo di spiegarsi.
“Il custode che…”
“Chi ha dato l’allarme?”
“Lui” disse in un soffio Nives, rassegnata a quella
raffica di domande.
“Sessanta righe, più un box di trentacinque che spieghi
chi era la pittrice e qualcosa del quadro, tra un’ora” e mise giù.
Anche Nives riattaccò, con il cuore in gola e la rabbia
per quel modo di fare del caporedattore che non la lasciava mai finire una
frase. Si sentiva sempre sotto esame e l’impossibilità di formulare una frase
compiuta perché continuamente interrotta la frustrava enormemente. Aveva un’ora
per scrivere ma comporre un pezzo di quel rigaggio non sarebbe stato semplice.
Aveva pochi elementi in mano, anche il custode aveva rilasciato solo qualche
breve dichiarazione poiché non aveva ne visto ne sentito alcunché, inoltre le
mancava tutta la documentazione sulla Gentileschi. Decise di partire da
quest’ultima. Poiché il tempo era poco digitò “Artemisia Gentileschi” sul
motore di ricerca Google e trovò subito alcuni siti d’arte che parlavano della
pittrice. Cominciò ad annotare quanto le sembrava più interessante:
·
nata
a Roma l’8 luglio del 1593, figlia di Orazio Gentileschi, a sua volta pittore
seguace della maniera caravaggesca e toscano d’origine e di Prudenza Montone,
che morì quando Artemisia era ancora piccola.
·
L’unica
in grado di dipingere tra i suoi fratelli.
·
Iniziò
a dipingere giovanissima.
·
Diverse
le opere rimaste, realizzate tra Roma, altre città italiane e all’estero.
·
Violentata
da un pittore amico e collega del padre nel 1611, ne scaturì un processo nel
1612, infinitamente umiliante per Artemisia che venne anche sottoposta alla
tortura dei “sibilli”, ovvero allo schiacciamento dei pollici, particolarmente
dannoso per una pittrice.
·
“Il gioco dello specchio”, il quadro scomparso dal Museo, datava 1612.
Nives
buttò giù la sua trentina di righe in base a queste informazioni, aggiungendovi
anche le parole della direttrice del Museo che aveva definito il quadro
“un’opera d’inestimabile valore”, frase un po’ generica che probabilmente
avrebbe detto per qualsiasi altro dipinto, ma andava bene per rimpolpare il suo
articolo. Nella ricerca per immagini di Google trovò anche un’immagine in
Megabyte del quadro rubato, quindi di dimensioni sufficienti da poter inviare
insieme al suo testo. Nives si fermò un momento a fissare il quadro, che
raffigurava la medesima persona, una donna con i capelli scuri, in parte raccolti
dietro ma con ciocche che ricadevano sulla fronte, abbastanza robusta ma non tanto
da risultare grassa, abbigliata con una veste dai colori caldi, con oro e
bianco che si mescolavano sulla tela, mentre fissava l’identica figura, posta
di fronte a lei, che però vestiva con abiti scuri, di un nero lucente.
Scorrendo i quadri di Artemisia, era facile capire che quella donna, anzi
quelle donne, altro non erano che la pittrice stessa. Nives ne rimase turbata,
ricordando quanto le era accaduto al Museo. Era decisa a dimenticare quella
sciocchezza-perché tale doveva essere secondo lei-ma la sua mente evidentemente
non era d’accordo e continuava a ricordarle quella ragazza e quei movimenti
identici ai suoi. Guardò l’orologio, le mancava ancora solo mezz’ora per scrivere
il testo più lungo, così si mise subito all’opera con quanto aveva. Trovò anche
il tempo per chiamare il maresciallo dei carabinieri in caserma, per capire se
fossero emersi nuovi indizi-e per sapere, naturalmente senza accennarlo, se
qualcuno si era accorto della sua somiglianza con la ladra- ma non c’erano
novità in merito. Così Nives si mise di buona lena a raccontare ciò che era
accaduto, senza saper rispondere alle domande più importanti, e cioè perché la
ladra aveva portato via solamente quel quadro e perché aveva preso proprio
quell’opera. Non le pareva possibile che avesse rubato un quadro a caso, anche
perché solitamente chi compie furti relativi ad opere d’arte ne conosce molto
bene il valore. Comunque scrisse il suo pezzo, lo rilesse più volte com’era
solita fare per controllare se filava bene e infine spedì tutto al giornale
tramite la posta elettronica. Tirò un sospiro di sollievo per esserci riuscita
anche quella volta-poiché aveva sempre paura di non stare nei tempi- e andò in
cucina. Prese un bicchiere di the al limone e tornò davanti al computer per
saperne di più sulla pittrice. L’indomani, lo sapeva, avrebbe dovuto nuovamente
sentire le forze dell’ordine per capire a che punto erano le indagini e
scrivere un pezzo anche su quello, ma chissà se in un giorno sarebbero arrivati
in capo a qualcosa. Ripensò anche alla ragazza ripresa dalla telecamera, senza
riuscire a darsi una spiegazione convincente. Forse, pensava, mi sono
sbagliata, ho avuto un abbaglio. Forse mi sono lasciata suggestionare da quella
figura che tanto mi assomiglia. Ma il suo inconscio diceva no: non ti sei
sbagliata. Nives si costrinse a leggere ancora qualcosa sulla pittrice, una
donna che l’affascinava per più motivi, ma poi quell’inquietudine la spinse ad
uscire, chiudere casa e camminare senza meta per la città, così da pensare in
pace ma scaricando al contempo l’ansia per tutta quella faccenda e, inutile
nasconderlo, anche un po’ di paura. Si spinse verso la chiesa di San Pietro,
poi fino al Conservatorio, dalle cui finestre uscivano dolci note che
invitavano a lasciarsi andare, a non pensare ai problemi della vita, fino al
piccolo parco nelle vicinanze. E fu lì, anche se in lontananza, che rivide per
un attimo, troppo effimero per fare qualsiasi cosa, se stessa che si
allontanava.
Stavolta ne fu veramente convinta: quella ragazza-
scomparsa alla sua vista troppo presto per avvicinarsi e parlarle- era davvero
lei, o meglio era una persona identica a lei. Questa constatazione la fece
stare meglio per un po’: dopotutto ciò significava che lei, Nives, non c’entrava
nulla con la sparizione del quadro, che non soffriva di qualche strana malattia
o di amnesie che le avevano fatto dimenticare di aver compiuto il furto.
Tuttavia, il problema era un altro: chi diavolo poteva essere quella ragazza? E
inoltre, quanto tempo avrebbero impiegato le forze dell’ordine a collegare lei,
Nives, al furto? Chi mai avrebbe creduto che lì, in quella stessa città,
esisteva un’altra se stessa? Mentre ragionava in questo modo seguiva, correndo,
la strada che l’altra se stessa aveva compiuto appena pochi attimi prima,
cercando di cogliere qualche indizio per capire dove fosse diretta. Ma tutto
appariva come sempre e il parco con i suoi tigli secolari ai lati e già avvolto
dalla luce dorata del tramonto, sembrava non essere in grado di fornirle le
risposte che cercava. Molti altri vicoli si aprivano alla fine della stradina
di ghiaia che racchiudeva il parco e Nives non sapeva quale seguire. Si fermò
un attimo per riprendere fiato, guardarsi intorno, ragionare sulla direzione in
cui muoversi. Ma la sua mente non riusciva a concentrarsi, a seguire il filo di
un discorso logico dopo ciò che aveva visto. Com’era possibile che al mondo
esistesse una ragazza che in nulla differiva dalla sua persona, che anche da
lontano, si capiva, era la sua copia esatta? Nives non aveva sorelle né
fratelli, ma era concepibile che avesse una gemella di cui non aveva mai saputo
nulla fino a quel momento? Per quanto bizzarro, decise di chiederlo
direttamente a sua madre. Forse l’avrebbe presa per pazza, ma in qualche modo
doveva sapere, venire a capo di quella situazione che la stava facendo
impazzire. Digitò in fretta il numero sulla tastiera del cellulare e attese.
“Pronto?” disse quasi subito sua madre dall’altra parte
del telefono.
“Mamma sono io”.
“Nives! Cosa c’è? È successo qualcosa?” chiese la donna,
avendo percepito subito il tono d’allarme nella voce della figlia. Nives si
affrettò a negare.
“No, no, nulla. Ma devo chiederti una cosa, anche se
sembra assurdo o mi prenderai per pazza. Ti prego rispondimi sinceramente, è
importante.”
“Va bene, Nives, dimmi. Mi stai facendo paura” ammise la
madre.
“Senti” tagliò corto Nives “Dio mi sembra così stupido da
chiedere…”
“Ma dimmi ti prego” insistette la madre, apprensiva.
“Insomma, io ho una gemella? Sii sincera, è veramente
importante.”
La madre tacque per un attimo, poi Nives udì dall’altra
parte della cornetta quelli che parevano dei singulti e che invece era una
risata trattenuta.
“Ma che vai a pensare? Che idee ti vengono in mente?”
rispose ilare la madre “Certo che no. Ma che ti è saltato in testa Nives?”
disse la madre ridendo.
“Senti ho visto una ragazza che è identica a me, come lo
spieghi?”
“Non lo so. Ma sei sicura, magari l’hai vista da lontano
e ti è sembrato..”
“Sì mamma sono sicura, sicurissima. Anche tu se la
vedessi mi scambieresti per lei.”
“Questa poi. E perché non le hai chiesto nulla?” fece la
madre, incuriosita.
Nives non poteva certo raccontarle che tutto era partito
dalle registrazioni della telecamera al Museo, che quella ragazza aveva
commesso un furto e via discorrendo. Così disse solo:
“Non ho avuto occasione. Ma tu sei sicura..”
“Di non avere avuto un’altra figlia?” chiese ridacchiando
la madre “Nives, Santo cielo, ti pare che se avessi avuto un’altra bambina non
me ne sarei accorta? O che l’avrei nascosto a tutti? E a che scopo poi?”
“Va bene mamma, devo andare.”
“Fatti sentire.”
“Va bene, ciao.”
“Ciao”.
Nives riattaccò ancora più confusa di prima. Dunque
quella ragazza non era una gemella sbucata fuori all’improvviso, sapeva che sua
madre non le aveva mentito, anche se lei, per fugare ogni dubbio, aveva sentito
l’esigenza di chiamarla. Ripose il cellulare nella borsa e riprese a camminare
senza sapere dove andare, mentre le ombre della sera si allungavano dipingendo
di chiaro scuri piazze e vie della città. Senza saperlo si trovò in via Roma
dove stava la biblioteca e vi entrò spinta da un impulso che neppure lei
riusciva a spiegare. Le porte automatiche si aprirono al suo passaggio e dentro
le luci soffuse creavano un’atmosfera di rilassamento molto invitante, cosa di
cui lei, dopo una giornata come quella che stava per terminare, aveva un
disperato bisogno. Decise di cercare qualche libro d’arte su Artemisia Gentileschi,
così da saperne di più sulla pittrice, casomai servisse per rimpolpare i pezzi
che avrebbe scritto nei giorni successivi. Salì le scale in stile classico che
portavano al piano superiore e si rifugiò nel settore dei libri d’arte. Ebbe
fortuna. In occasione della mostra che si svolgeva al Museo, infatti, era stato
messo in bella vista un volume che trattava proprio delle pittrici nel corso
dei secoli e scorrendo l’indice Nives trovò anche la Gentileschi. Lo
prese e, senza intrattenersi oltre tra gli scaffali, scese le scale e tornò da
basso. Al banco consegnò il volume alla bibliotecaria che lo smagnetizzò
nell’apposito apparecchio dopo aver visto la sua tessera della biblioteca. Era
il procedimento utilizzato affinché i libri non fossero rubati, perché se i
testi non venivano smagnetizzati appena la persona oltrepassava il bancone un
dispositivo suonava immediatamente denunciando il furto. Era anche vero che a
volte qualcosa non funzionava, ad esempio il libro non era stato passato
adeguatamente nell’apposita macchina oppure l’addetto della biblioteca, specie
nei momenti di punta, l’aveva tralasciato, ed allora quel suono intenso,
fastidioso, imbarazzava non poco la persona che aveva richiesto il libro,
guardata da tutti coloro che sedevano nel locale come una ladra. Ma c’erano
altre volte in cui il dispositivo aveva permesso di scongiurare dei furti ed
infatti c’era sempre qualcuno che pensava di farla franca portandosi a casa un
testo gratis. Per Nives tutto filò liscio, il libro le fu riconsegnato dalla
bibliotecaria con un sorriso e nessun suono disturbò quanti stavano leggendo o
studiando nell’edificio. Le porte automatiche si aprirono e lei fu in strada.
Si stava dirigendo verso piazza Dante quando quel suono la raggiunse. Presa dal
panico, benché non ne avesse motivo, si nascose dietro un cespuglio che
cresceva nel parco, quel tanto che bastava per vedere e non essere vista. Il
suono metallico dell’allarme della biblioteca giungeva fin lì e non passò che
una frazione di secondo perché Nives vedesse sfrecciarle accanto chi cercava,
cioè se stessa. La ragazza correva trafelata con un libro sottobraccio, ma
dietro di lei nessuno la inseguiva. Le forze dell’ordine non sarebbero riuscite
ad arrivare alla biblioteca così velocemente da impedirle di fuggire e anche se
la bibliotecaria per un breve tratto l’aveva rincorsa, non era poi riuscita ad
attraversare la strada per piazza Dante perché il traffico era ancora intenso.
Avrebbe chiamato subito la
Polizia, ma intanto quella ragazza chissà dove sarebbe sparita.
I passanti osservarono per un attimo la scena, senza riuscire a capire cosa
fosse successo, dopodiché proseguirono come nulla fosse. Nives, da dietro il
cespuglio, aveva seguito il suo alter ego con lo sguardo, per poi smarrirlo tra
la folla. Ancora una volta l’aveva perduta e oltretutto doveva andarsene di lì
e sicuramente non mettere più piede nella biblioteca, perché l’avrebbero
confusa con quell’altra. Stava per prendere la stessa direzione quando notò a
terra un foglio ripiegato che prima non c’era e subito lo raccolse. Lo aprì con
cautela, sperando che l’avesse perso la ragazza durante la sua corsa. Era una
cartina di Roma e probabilmente il libro che quella ragazza aveva rubato era
una guida. Forse sapeva dove rintracciarla, così iniziò a correre anche lei,
verso la stazione dei treni. Mentre procedeva domandava a se stessa se tutta
quella faccenda non fosse una pazzia ma allo stesso tempo pensava a quanti euro
le erano rimasti in tasca e se aveva chiuso casa. Le importava trovare quella
ragazza e comprendere la ragione di quella straordinaria somiglianza, ma anche
avere l’occasione di uno scoop giornalistico, se fosse riuscita a beccare la
ladra, anche se poi restava da chiarire che tra loro non vi era alcuna
parentela. Fuori dalla stazione una fila di taxi aspettava clienti mentre sulle
panchine stava in attesa un gran numero di persone. Nives le guardò una per
una, ma non si vide in nessuna di loro. Se l’aspettava. In fondo, l’altra stava
sempre scappando per il furto del libro e non se ne sarebbe stata tranquilla su
una panchina mentre il treno arrivava. Così Nives, controllato di avere denaro
a sufficienza e passato l’ultimo momento d’incertezza, si diresse alla
biglietteria. Dall’altra parte un omino dall’aria simpatica le diede il
benvenuto.
“Buonasera signorina, cosa posso fare per lei?”
“Buonasera. Un biglietto, prego.”
“Per dove?” domandò l’omino.
“Roma.”
“Ah, Roma, gran bella città. Se non sono indiscreto, cosa
la porta laggiù? Amore o affari?”
“Nessuna delle due, in realtà. Cerco una persona” rispose
Nives.
“Ecco qui” disse l’omino “si affretti, il treno arriva
tra dieci minuti, oppure c’è quello tra un’ora. Le auguro di trovare chi
cerca.”
“La ringrazio” disse Nives “buonasera.”
“A lei” rispose l’omino, e si girò ad accogliere il
prossimo cliente.
Nives si spostò sul binario indicato. Come sapere quale
dei due treni avrebbe preso l’altra? Quello che stava arrivando o quello tra
un’ora? Ragionando come fosse una persona in fuga, Nives decise che sarebbe
salita sul primo in arrivo e obliterò il biglietto. Era inoltre chiaro che alla
biglietteria non avevano visto nessuna ragazza con le sue sembianze, altrimenti
l’omino se ne sarebbe di certo ricordato, essendo che l’altra se stessa era
sicuramente passata di lì appena poco prima. Sì, era passata dalla stazione, ma
senza fare il biglietto. Evidentemente, ce l’aveva già.
lunedì 10 giugno 2013
NO ALLA VIOLENZA SULLE DONNE A LIVORNO
A Livorno si è svolta una
manifestazione contro la violenza sulle
donne, un evento caratterizzato da una serie di scarpe rosse a
simboleggiare le donne troppo spesso vittime di violenza. Guardate la
fotogallery de La Nazione a questo link:
Ormai ogni giorno
sentiamo alla tv, su Internet o sui social network notizie relative a donne
uccise dalla violenza, è ora di dire basta! Artemisia Gentileschi è un po’ un simbolo di questo coraggio, il
coraggio di dire basta. Lei lo fece secoli fa, affrontando tutte le amare
conseguenze del suo gesto poiché i giudici la trattarono come se lei stessa
avesse indotto il suo persecutore ad aggredirla, un comportamento che purtroppo
non è ancora del tutto scomparso nemmeno ai giorni nostri. Visitate la gallery
fotografica, leggete il blog per conoscere Artemisia.
NB. Fino al 30 settembre
richiedendomi una copia de L’Inclinazione.Storia di Artemisia e Nives,
contribuisci ad acquistare le Pigotte
dell’Unicef , leggi tutto su
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lunedì 20 maggio 2013
ARTEMISIA GENTILESCHI E IL SUO PROCESSO
Ecco uno dei passaggi del libro L’Inclinazione. Storia di Artemisia e Nives in cui parlo del vero
processo della pittrice Artemisia
Gentileschi. Come accade sempre, dopo la denuncia e il processo, la donna
deve fare i conti con quanti non le credono, o peggio pensano che se la sia
cercata. Artemisia affrontò non solo
il suo aguzzino, non solo il processo, ma anche le malelingue che
accompagnarono la sua vita da allora in poi. Sempre fiera, a testa alta,
consapevole di avere ragione.
Ma per
Artemisia le mortificazioni non erano ancora finite. Pur di farle confessare il
falso i giudici, che le contestavano fin da principio la sua deposizione,
decisero di sottoporla a quella che veniva chiamata “la tortura dei sibilli”.
Si trattava di lacci che venivano legati ad ogni dito più stretti e
tirati fino allo strozzamento delle dita che prendevano a sanguinare. Artemisia
non gridò, non pianse mentre le si spaccavano le dita, mentre di fronte a lei
il suo aguzzino osservava la scena senza traccia di pentimento, o almeno di
pietà per quanto la ragazza era costretta a subire. Non si disperò, nemmeno
quando il dolore divenne insopportabile. Pensava solo alle sue tele, ai dipinti
che doveva terminare e a quelli che ancora dovevano essere creati, pensava a
quante volte quell’identica tortura aveva provocato danni irreversibili,
pensava, insomma, che per colpa di una colpa non commessa ma subita forse non
sarebbe stata più in grado di dipingere. Tutto questo subiva Artemisia,
consapevole di non essere creduta…
martedì 9 aprile 2013
NIVES E UNA VERITA' SCOMODA-ESTRATTO DEL LIBRO GRATUITO
La giornalista Nives sta attendendo notizie per poter scrivere il suo pezzo sul furto del quadro della Gentileschi, quando scopre una verità agghiacciante...
“Di questo passo”
pensò “non riuscirò mai a scrivere un pezzo decente oggi pomeriggio”.
Le attese, e poi
la fretta di scrivere per arrivare in tempo, erano parte del suo lavoro ma non
per questo le risultavano meno snervanti: temeva sempre di non riuscire a
svolgere il compito che le era stato assegnato. Imitando i colleghi, si sedette
su uno dei gradini che portavano all’entrata, già pensando, come faceva sempre,
all’attacco del suo pezzo. Doveva informarsi anche su quella pittrice, sapere
di più su di lei e sulle sue opere, così da redigere anche un piccolo box a
fianco del pezzo principale, che sicuramente dalla redazione le avrebbero
chiesto. Non aveva mai sentito quel nome ne aveva idea di quali fossero i temi
preferiti dalla Gentileschi o la sua tecnica. Avrebbe dovuto lavorare per
cercare di tracciarne un profilo esaustivo ed allo stesso tempo comprensibile
da tutti, senza tecnicismi che avrebbero reso difficoltosa la lettura ai non
addetti ai lavori. Era ancora immersa in questi pensieri quando un giovane
poliziotto raggiunse il gruppo dei giornalisti e subito tutti si alzarono per
andargli incontro e sapere a che punto fossero le indagini. Il poliziotto
avanzava verso di loro un po’ impacciato, non doveva essere abituato a trattare
con la stampa e chissà per quale motivo avevano mandato proprio un novellino a
svolgere quel compito, ma contro ogni aspettativa si dimostrò subito
disponibile a rispondere alle domande.
“Qual è la dinamica dei fatti?” chiese un ragazzo inviato
dal telegiornale, ancor prima che il giovane rappresentante delle forze dell’ordine
potesse aprir bocca.
“Il ladro probabilmente si è mescolato con gli altri
visitatori, ieri, ed è poi rimasto all’interno del Museo fino a notte
inoltrata” disse il poliziotto “questo l’abbiamo dedotto dal fatto che non vi
sono forzature di nessun genere né all’accesso principale né a quelli laterali,
né alle finestre. Inoltre- proseguì- è riuscito a non far scattare nessun
allarme e nemmeno il custode si è accorto di nulla. Solo stamattina poco prima
dell’apertura del Museo ha notato che il quadro mancava e ci ha subito
avvertiti”.
“Com’è possibile?” incalzò una giornalista che era giunta
tra i primi davanti al Museo “insomma com’è riuscito a non far scattare
l’allarme?”
“Ci stiamo lavorando” disse solo il poliziotto “e
comunque si tratta di una donna”.
“Una donna?” chiesero in molti, sorpresi.
“Sì, una donna. Il ladro è una ladra” fece il poliziotto,
senza ombra di stupore nella voce. Ma quei giornalisti da che pianeta venivano
per essere sorpresi che una donna potesse rubare? “Anzi, sono uscito proprio
per questo. Vogliono che vi accomodiate dentro, la telecamera ha filmato
qualcosa”.
I giornalisti non se lo fecero ripetere due volte e
sciamarono in massa verso l’entrata, così anche Nives si trovò all’interno del
Museo, in un piccolo ufficio, in piedi, a fissare un video che rimandava
frammenti sfocati catturati dalla telecamera, senza che però nessun allarme
avvertisse che si stava compiendo un crimine.
“Purtroppo le immagini non sono per niente nitide, si
vede pochissimo” disse il capo della Polizia, mentre la direttrice osservava i
giornalisti con fare distaccato e quasi di disprezzo.
“Riccardo, fallo partire” disse il poliziotto a un suo
sottoposto, e il video partì.
L’immagine restituita era davvero
approssimativa e la donna era visibile solo di spalle. Tuttavia si
riconoscevano dei capelli castani scuri, un certo tipo d’andatura, un modo
d’incurvare le spalle dopo un po’ che camminava. Troppo poco per le forze
dell’ordine, ma non per Nives. Non appena i primi spezzoni erano apparsi sul
video, un brivido l’aveva scossa tutta. Aveva represso a stento un’espressione
di meraviglia che le si stava dipingendo in volto e poi un urlo quando ne ebbe
la certezza. Si era guardata intorno per capire se qualcuno la stava
osservando, ma tutti erano intenti a fissare il video con un misto di delusione
e rabbia per non aver scoperto nulla di sensazionale da poter raccontare in un
articolo. Pareva che quei frammenti non interessassero molto, ed in effetti a
parte il colore dei capelli e la statura, non c’erano altri indizi utili per le
indagini. Ma lei invece conosceva bene quel modo di camminare, quella tendenza
a incurvare le spalle, perfino quella sfumatura dei capelli tra il rame scuro e
il nero. Conosceva ogni dettaglio, quei dettagli che invece mancavano a tutti
gli altri, perché lì, dentro al video catturato dalle telecamere di
sorveglianza che non erano servite a nulla, c’era la persona che più le era
familiare al mondo. Lei.
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giovedì 17 gennaio 2013
REPORT GRATUITO ARTEMISIA
Scoprite il report gratis e leggete un'anteprima del libro, cliccate qui:
http://www.scribd.com/doc/91361712/Report-Gratuito-Artemisia
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giovedì 8 novembre 2012
DUE DONNE:ARTEMISIA E NIVES
In questo libro, si tratteggiano i caratteri di due donne
forti, Artemisia Gentileschi e Nives Loi.
La prima vive nel Seicento ed è una pittrice, la seconda nel ventunesimo secolo
e lavora come giornalista. Artemisia e Nives ahnno molto in comune, anche se
vivono in epoche così diverse. La Gentileschi
lavora come pittrice e sogna di realizzarsi nel campo dell’arte, così come
Nives sogna di diventare una scrittrice. Nives, così come Artemisia, è una giovane donna che non si accontenta e che lotta
per quello in cui crede. Legate da un filo sottile e da una misteriosa pozione,
avranno anche modo di incontrarsi in una visione e insieme combatteranno contro
il male, che ha una forma e un corpo e che da molti secoli aspetta di poter
dominare il mondo, ma non ha fatto i conti con la forza e il coraggio di
Artemisia e Nives.
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giovedì 27 settembre 2012
ARTEMISIA IN BREVE
Nives è una giovane giornalista frustrata che di colpo si
trova catapultata in una realtà incredibile. Dopo il furto di un quadro di
Artemisia Gentileschi, Nives da Trento arriva a Roma sulle tracce del ladro, ma
si troverà di fronte quacosa di totalmente inaspettato. Un semplice viaggio
diventa così una battaglia all’ultimo respiro tra il bene e il male.
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mercoledì 19 settembre 2012
THE VAMPIRE DIARIES AND ARTEMISIA
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venerdì 31 agosto 2012
MICHELLE HUNZIKER PARLA DEL CORAGGIO DI ARTEMISIA
Michelle Hunziker dell'associazione Doppia Difesa parla di Artemisia Gentilschi e del suo coraggio nell'affrontare il processo e andare avanti nonostante la violenza che subì:
Il coraggio di Artemisia dev'essere il coraggio di tutte le donne vittime di violenza fisica o psicologica. Denunciate sempre. Questo il link di Doppia Difesa:
http://www.doppiadifesa.it/
Il coraggio di Artemisia dev'essere il coraggio di tutte le donne vittime di violenza fisica o psicologica. Denunciate sempre. Questo il link di Doppia Difesa:
http://www.doppiadifesa.it/
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lunedì 7 maggio 2012
ARTEMISIA RISPONDE
Sei capitato su questo blog per
caso e vorresti saperne di più sul libro? Oppure hai già letto alcuni dei miei
libri e vorresti informazioni anche su questo? Artemisia Gentileschi sarà
felice di rispondere a qualsiasi domanda le vorrai fare. Basta scrivere a larazavatteri@gmail.com per richiedere le
info ad Artemisia.
mercoledì 18 aprile 2012
CAPITOLO 6 GRATIS, NELLA MENTE DI ARTEMISIA
CAPITOLO 6
Roma, autunno 1612
Seduta su uno sgabello davanti al cavalletto con la tela,
Artemisia stendeva il colore quasi senza pensare, immersa com’era nei suoi cupi
pensieri. Le pareva quasi che il quadro si completasse da solo, che le sue mani
con una propria autonomia dipingessero mentre lei si soffermava con la mente su
tutt’altro. Dipingere era l’unica cosa in grado di regalarle almeno un po’ di serenità,
anche se sempre più spesso si trovava a rivangare quanto accaduto in quei mesi.
Era una bella giornata autunnale,
una di quelle in cui ancora il sole scalda la terra con i suoi raggi e il cielo
terso regala l’illusione di essere ancora nella stagione estiva. Artemisia era
sola in casa poiché il padre Orazio era andato fuori per delle commissioni e i
fratelli erano usciti di buon’ora. Ma anche se la casa fosse stata piena di
gente, lei si sarebbe ugualmente sentita sola. Mentre immergeva il pennello nel
colore nero, ripensò a quanto le era accaduto l’anno precedente. Era una
giornata come tante e lei stava nella sua casa in via della Croce quando il
pittore Agostino Tassi detto lo “Smargiasso” era entrato in casa e
approfittando dell’assenza di Orazio le aveva usato violenza. Artemisia, che
aveva intuito subito le intenzioni dell’uomo, aveva supplicato l’amica Tuzia,
sua vicina di casa, di non
lasciarla sola, ma quella se n’era infischiata e così il Tassi aveva avuto
campo libero e in breve aveva fatto di lei ciò che voleva. Lei aveva tentato di
resistere, graffiandolo, sputandogli in faccia, ma la forza dell’uomo era tanto
superiore alla sua che alla fine non era più riuscita a tenere a bada quella
belva. Artemisia non poteva dimenticare
la vergogna e il dolore per quella violenza e nemmeno il tradimento dell’amica.
Il Tassi era anche amico di suo padre, il quale tempo addietro l’aveva pregato
anche di dare lezioni di prospettiva alla figlia Artemisia, l’unica tra i suoi
eredi-tutti maschi-a padroneggiare l’arte della pittura. Era piuttosto
inconsueto che a una donna fosse concesso di praticare quell’arte ma Orazio
l’aveva avviata presto in quel mestiere appena si era reso conto che in lei si
nascondeva del talento. Anche a lui, probabilmente, era sembrata una cosa
sconveniente che una ragazza diventasse pittrice e certamente si doveva essere
preoccupato di quanto avrebbe detto la gente vedendola dipingere, ma in cuor
suo non se l’era sentita di precluderle quella possibilità, non dopo aver visto
con quale facilità sua figlia imparava e con quale passione si applicava per
emergere. Per questo aveva chiesto all’amico Agostino-che collaborava con lui
alla realizzazione della loggetta della Sala del Casino delle Muse di Palazzo
Rospigliosi- di darle lezioni sulla prospettiva, in modo da fornire ad
Artemisia ulteriori conoscenze che avrebbero arricchito il suo bagaglio
artistico. Quello che Orazio non poteva immaginare era che l’uomo aveva messo
gli occhi su Artemisia e da tempo attendeva l’occasione giusta per avvicinarla,
come non poteva immaginare che il Tassi, nonostante la loro amicizia e il
sodalizio artistico che si era creato tra loro, stava meditando di compiere
un’azione tanto spregevole. Artemisia non raccontò subito al padre quant’era
accaduto. Agostino nei giorni successivi aveva promesso di sposarla, così da
rimediare alla violenza e secondo la tradizione dell’epoca in tal modo era
possibile sistemare le cose. Non che Artemisia fosse contenta di sposarlo, anzi
la cosa la ripugnava, ma non vedeva altra via d’uscita per non essere additata
dalla gente che in quelle occasioni addossava sempre tutta la colpa alla donna.
Lei naturalmente sapeva di non aver fatto o detto nulla per incoraggiare
l’uomo, ma la gente ragionava in altro modo. Sapeva cos’avrebbero bisbigliato:
avrebbero detto che lei era una poco di buono, che aveva messo in atto mille
astuzie per farsi sedurre da Agostino e che in fondo si era meritata quella
violenza. Avrebbero sparlato di lei al suo passaggio, magari nessuno avrebbe
mai comprato un suo quadro. Ecco, era quest’ultima cosa che le pesava di più,
che la sua carriera artistica appena cominciata dovesse interrompersi per quel
vergognoso episodio e per colpa di un uomo che aveva distrutto il suo futuro.
Per questa ragione Artemisia inizialmente tacque con il padre e attese, seppur
angosciata e disgustata, che Agostino la chiedesse in moglie. Ma i giorni
passarono e Agostino non si presentò da Orazio per chiedere la mano della
figlia. Poi passarono le settimane, e quando fu chiaro che il Tassi l’aveva
ingannata Artemisia si decise a confessare l’accaduto al padre. Si era
vergognata talmente, nel raccontare al genitore quanto aveva dovuto subire e
per tutto il tempo aveva tenuto gli occhi bassi attendendo la condanna di
Orazio. Artemisia, infatti, pur amando il padre, era convinta che anche lui
l’avrebbe incolpata dell’accaduto. Era suo padre, è vero, ma era pur sempre un
uomo, e come tutti gli uomini anche lui probabilmente vedeva le donne come
uniche colpevoli in situazioni come quella. Orazio, seduto al tavolo della
cucina, aveva ascoltato la figlia senza fiatare, sempre più incollerito man
mano che proseguiva. Alla sua rabbia si mescolava anche un sentimento d’incredulità,
proprio perché il Tassi non era uno sconosciuto ma un amico e collega. Come
aveva osato quel farabutto rovinare sua figlia? Quando venne a conoscenza del
fatto che la violenza risaliva a tempo addietro, ricordò che aveva visto il
Tassi fino al giorno prima e con lui aveva scherzato e scambiato consigli sui
lavori commissionati ai due pittori. In lui non aveva mai notato nulla di
strano, di diverso. Semmai-e fu un particolare che gli tornò in mente solo mentre
la figlia continuava a parlare-era Artemisia che in quel periodo sembrava più
assente e più taciturna. Non aveva dato molto peso alla cosa ma in quel momento
capì che avrebbe dovuto indagare e scoprire cosa faceva soffrire la figlia. Se
avesse ancora avuto al fianco sua moglie, morta già da diversi anni, forse le
cose sarebbero andate diversamente. Lei sicuramente si sarebbe accorta subito
del cambiamento di Artemisia.
“Perché non hai parlato subito con me?” domandò Orazio
quando Artemisia ebbe finito il suo racconto.
Artemisia tacque un momento, sempre con gli occhi bassi e
poi rispose:
“Aveva promesso di sposarmi.”
“Capisco. E dunque?”
“Niente” disse Artemisia.
“In questo caso c’è solo una cosa da fare” disse Orazio
“denunciarlo”. Già si era alzato dal tavolo e afferrava una mantella per
coprirsi e andare a fare il suo dovere affinché quel delinquente non la
passasse liscia, quando Artemisia lo fermò.
“No, vi prego padre. So che quell’uomo è stato ignobile e
merita una punizione, ma pensate a me.”
“Che cosa vuoi dire?” domandò Orazio senza capire.
“Pensate a cosa andrò incontro se ci sarà un processo. La
gente mi additerà, dirà che sono una dai facili costumi, che me la sono
cercata, nessuno vorrà un mio quadro”. Artemisia parlava concitata, con il
terrore negli occhi. Orazio, vedendola in quello stato, le mise le mani sulle
spalle e la fece sedere.
“Guardami, Artemisia” disse alzandole il viso con un
dito. Artemisia lo fissò per la prima volta da quando aveva iniziato a
raccontare. “Che altro pensavi che avrei potuto fare? Non posso andare da lui e
farmi giustizia da solo. O lo denuncio, oppure la faccenda si chiude qui, lo
capisci?”
Artemisia non rispose. Si rendeva conto che il padre
aveva ragione, ma come uomo non riusciva a capire la sua posizione. Sarebbe
stata sola, ad affrontare quella battaglia. Sola contro le maldicenze, le
cattiverie, sola contro i pregiudizi della gente.
“Io vado” disse Orazio e rapidamente uscì chiudendo la
porta di casa dietro di sé senza aspettare la sua risposta.
“Ecco, ci siamo” pensò Artemisia “niente sarà più come
prima nella mia vita”. E, come avrebbe costatato
in seguito, aveva ragione.
Quello che ne seguì fu un processo che subito diede
scandalo e che fece di Artemisia la protagonista assoluta di quel dramma. Fin
da subito, dal giorno in cui Orazio era tornato a casa dopo aver sporto
denuncia, Artemisia aveva compreso che doveva prepararsi al peggio, che da quel
momento in avanti avrebbe potuto contare esclusivamente su se stessa e nessun
altro. Ne sarebbe stata capace, lei, una ragazza così giovane? Sarebbe stata in
grado di sopportare chissà quali voci e quali umiliazioni? Si disse di sì e
decise che qualunque cosa fosse accaduta non si sarebbe piegata. Nessuno, mai,
sarebbe stato in grado di usarle ancora violenza o di farla cedere, in nessun
modo. Orazio l’aveva informata che presto sarebbero iniziati gli interrogatori,
non solo per lei e per il Tassi, ma anche per Tuzia e per chiunque potesse
sapere qualcosa su quella squallida faccenda. Artemisia, saputolo, con un
pretesto era uscita di casa per starsene un po’ sola, nonostante Orazio le
avesse raccomandato di stare attenta a non incontrare amici del Tassi che
potevano rifarsi su di lei per aver avuto l’ardire di denunciare il suo
stupratore. Ma Artemisia non sopportava più di starsene rinchiusa in casa,
l’aria le sembrava pesante e nello sguardo del padre, seppure di sfuggita, le
era quasi parso di notare un muto rimprovero per quanto accaduto. La ragazza
lasciò la casa per vagare in pace per il Quartiere degli artisti, prima che la
voce sulla denuncia circolasse. Per il momento ne erano ancora tutti
all’oscuro, eccetto il Tassi e i suoi fedeli compagni, ed Artemisia sapeva che
neppure loro avrebbero avuto il coraggio di aggredirla per strada, in pieno
giorno. La violenza del Tassi era stata ben altra cosa, consumata in una casa
privata, al riparo da sguardi indiscreti, e nessuno avrebbe potuto udire le
urla di Artemisia. A parte Tuzia. Tuzia, l’amica fedele, colei che già donna
aveva raccolto le confidenze, le paure e le speranze di Artemisia ragazzina,
colei che avrebbe dovuto proteggerla in quanto donna e in quanto amica, quel
giorno maledetto aveva deciso di voltarsi dall’altra parte, di fingere di non
vedere ciò che lo Smargiasso stava architettando ed anzi addirittura l’aveva
coperto quando, quel giorno dannato, aveva deciso di non aspettare oltre e
violentare Artemisia. Mentre camminava per i vicoli senza una meta precisa,
Artemisia pensava a questo e a molti altri interrogativi. Si era infatti resa
conto che quando aveva parlato al padre dello stupro, quest’ultimo aveva deciso
di denunciare il Tassi solamente quando Artemisia gli aveva detto che l’uomo
non aveva nessuna intenzione di sposarla. Inoltre, lei stessa aveva raccontato
tutto ad Orazio solo quando si era resa conto che non vi sarebbe stato alcun
matrimonio riparatore. Ma com’era possibile? Ad entrambi più che la violenza
intentata dallo Smargiasso era parso più deplorevole la mancata proposta di
matrimonio, persino a lei, Artemisia, che quella violenza l’aveva subita in
prima persona, che per giorni e settimane e mesi aveva convissuto con quel
peso, sentendosi sporca, sbagliata, percependo dentro se stessa quasi la
certezza di essersi meritata quanto accaduto, benché invece sapesse benissimo
che tutto ciò non era vero. Non aveva fatto nulla per dare a intendere qualcosa
ad Agostino ed era ben sicura di non aver mai fatto allusioni che potessero
essere interpretate in modo erroneo. Ma allora perché dopo quel fatto si
sentiva così, con quel disagio perenne, come se ad essere nel peccato fosse lei
e non il suo aguzzino? Perché la società in cui viveva-si domandava-non
condannava chi usava violenza ad una donna, non l’atto in sé ma solo ciò che
avveniva dopo, se il matrimonio non aveva luogo? Ed ancora, perché le donne
finivano per sposare i loro torturatori? Com’era spiegabile che volessero
condividere tutta la vita con l’uomo responsabile di tutti i loro mali, sia
fisici sia psicologici? Anche lei stessa, in fondo, aveva creduto ad Agostino e
sperato che la sposasse. Ora stentava a riconoscersi nella ragazzina che giorno
per giorno attendeva gli eventi e pregava ogni notte, prima di addormentarsi
nel suo letto, che lo Smargiasso si presentasse a casa di Orazio per chiederla
in sposa. Si rese conto che la società del suo tempo ragionava in quella
maniera, forse anche nelle epoche passate si era sempre ragionato a quel modo e
a tutti pareva una cosa giusta. A nessuno-tranne forse a qualche donna più
coraggiosa delle altre-era venuto in mente che violentare una ragazza era un
reato e che per questo chi lo compiva meritava di finire in galera. La violenza
in sé doveva essere condannata, non il fatto di rifiutarsi di sposare la
vittima. Artemisia camminava e camminava, senza fermarsi a parlare con nessuno,
senza prestare attenzione al tempo, ai luoghi, e finì per trovarsi nelle
vicinanze del Tevere.
“Sarebbe tutto più facile” pensò “se mi buttassi nel
fiume.”
Poi però si vergognò di quel pensiero. Perché doveva
essere lei a morire, lei che non aveva fatto nulla di male, lei che era stata
la vittima? Era più che certa che invece pensieri del genere non avevano mai
neppure sfiorato la mente di Agostino, che anzi sicuramente si era vantato di
quella sua losca “impresa” con i suoi compagni delinquenti. Chissà quanto
avevano riso, tutti insieme in qualche taverna, mentre Agostino raccontava
com’erano andate le cose. Chissà come si erano divertiti, mentre lo Smargiasso
narrava con quale resistenza Artemisia aveva tentato di tenergli testa. Al solo
pensiero Artemisia si sentì rivoltare lo stomaco. Si fermò sull’argine del
fiume, ad osservare l’acqua che scorreva. Era così calmo, il fiume, lui che non
aveva problemi da risolvere. Le sarebbe piaciuto tornare indietro ed essere
ancora la ragazza che era prima dello stupro, ma sapeva anche che non era
possibile. La ragazza che era stata era morta quel giorno, mentre Agostino
Tassi la teneva ferma e le impediva di gridare schiacciandole una mano sulla
bocca. L’Artemisia di allora non c’era più, non ci sarebbe più stata. Quando
pensava a Tuzia ancora l’incredulità per quel suo comportamento aveva il
sopravvento su Artemisia. Artemisia, che aveva perso ancora adolescente la
madre Prudenza, sentiva il bisogno di parlare con una donna, così era nata
l’amicizia con Tuzia. L’amica l’ascoltava e le dava consigli, anche se le
sembrava strano che una donna potesse dipingere e abitando vicine per Artemisia
era diventata un punto di riferimento. Come aveva potuto, con quale cuore,
diventare complice del Tassi? Pareva che l’avesse addirittura avvertito di
quando Artemisia sarebbe stata sola e, quando Agostino le piombò in casa e
Artemisia chiese aiuto, Tuzia finse di non aver udito le sue parole. Così,
senza nessun impedimento, si era consumata la violenza in via Della Croce.
Il tradimento di Tuzia l’aveva così profondamente rattristata proprio perché
immotivato visto il legame che si era instaurato tra loro, e a momenti ancora
non riusciva a capacitarsene. Se fosse stata viva sua madre, forse l’avrebbe
preparata a parare colpi di quel genere, le avrebbe insegnato che al mondo la
solidarietà tra donne è qualcosa di difficilissimo da trovare, poiché
solitamente viene ostacolata da sentimenti diversi, sui quale predomina
l’invidia. Artemisia invece l’aveva scoperto da sola, e nel modo peggiore. Ma
di che cosa poteva essere invidiosa Tuzia? Della sua arte. Covava invidia per
il talento dell’amica pittrice, per il fatto che il padre l’avesse iniziata a
quel mestiere nonostante fosse una donna, perché forse un giorno i suoi quadri
sarebbero stati apprezzati e venduti con successo ed il suo nome conosciuto
ovunque. Solo molto tempo dopo il tradimento Artemisia l’aveva compreso. Doveva
forse sentirsi in colpa anche per quello? No, no di certo. E fu in quel
momento, lì, sull’argine del Tevere, mentre il sole tramontava colorando di
tinte violette il cielo, che decise di non rinnegare mai se stessa. Di non
sottovalutare la sua arte, di continuare la strada che aveva intrapreso anche
se era una donna e a molti non avrebbe fatto piacere, di non sputare su se
stessa come donna perdonando il suo violentatore o peggio sposandolo. Avrebbe
affrontato il processo e tutte le sue conseguenze, senza paura, a testa alta.
Mai più, per nessuno, avrebbe chinato la testa. Artemisia Gentileschi non aveva
più paura di niente.
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